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Animal Gods (PC) – Recensione

Un eroe inaspettato

Apparso senza moltissimo rumore su Steam e WiiU eShop, Animal Gods è una produzione di un piccolo team di sviluppo indipendente, Still Games, composto da due sole persone. Finanziato grazie a Kickstarter, Animal Gods ha potuto vedere la luce prima del previsto, raccogliendo abbastanza finanziamenti da completare lo sviluppo un anno prima di quanto si pensasse.

A una prima occhiata pare un action-adventure a visuale a volo d’uccello con importanti rimandi a The Legend of Zelda, ma… sarà davvero così?

Hunter, go forth!

Protagonista dai capelli biondi e occhi chiari: presente. Berretto lungo che cade sulle spalle: presente. Spada in pugno: presente. Sin dalla primissima schermata di caricamento le analogie con la classica serie di Nintendo sono davvero moltissime. E quindi ci aspetteremmo di interpretare un giovane guerriero. Ma è qui che arriva la prima sorpresa: Thistle, il nostro alter ego digitale, è più una sorta di cacciatore/sacerdote, impegnato in una missione quasi disperata: rintracciare e liberare tre divinità animali che un tempo governavano la regione.

Il menù principale

L’azione passa nelle mani del giocatore, che si trova all’improvviso in un overworld piuttosto esteso: Thistle è poco più di un puntino nell’immensità della prima schermata. Senza alcun’arma con noi iniziamo il nostro viaggio e c’imbattiamo nel primo di tanti documenti lasciati qua e là da individui sconosciuti. È proprio tramite queste testimonianze che inizieremo a scoprirne di più sulle tre terre dimenticate e i loro antichi signori. I dialoghi con altri personaggi sono praticamente assenti, quindi localizzare questi testi diventa fondamentale per comprendere gli eventi della storia. Una storia che è talmente imprevedibile e sconvolgente che non vogliamo rischiare di rovinarvela dandovi ulteriori dettagli.

A dire la verità, alcuni elementi della trama resteranno abbastanza oscuri anche nelle fasi avanzate di gioco, e persino durante i titoli di coda potreste porvi ancora qualche domanda su certi eventi. Il che è un bene: non si tratta tanto di pressappochismo nella narrazione, quanto di volontà di creare un’atmosfera di mistero, di instillare dubbi nella mente del giocatore senza dargli una risposta esaustiva.

Zelda a chi?

Animal Gods è stato pubblicizzato come un titolo nel quale il giocatore può decidere liberamente in che ordine affrontare i tre dungeon principali. Di conseguenza, anche l’esplorazione dell’overworld è abbastanza libera. Purtroppo però non si tratta di un mondo così esteso come si sarebbe portati a pensare all’inizio: la strada per raggiungere un determinato dungeon è sempre piuttosto lineare, un percorso obbligato senza grandi possibilità di esplorazione. Inoltre, anche nei dungeon, l’unica ricompensa per il giocatore ansioso di esplorare ogni anfratto sono i documenti che rivelano ulteriori dettagli sulla trama e, in qualche raro caso, delle viste mozzafiato. È già qualcosa, ma difficilmente un giocatore poco propenso di suo al completismo si sentirà spronato da questi elementi.

Il primo di molti.

Come dicevamo, l’impatto iniziale è abbastanza familiare per chi ha giocato a uno Zelda bidimensionale, ma si tratta in realtà solo di una somiglianza superficiale: il ritmo di gioco è in realtà molto più rilassato e riflessivo rispetto a una delle tante avventure di Link. I combattimenti, seppur presenti, non sono mai frenetici, pur richiedendo di studiare con un minimo d’attenzione i movimenti dell’avversario, che segue sempre dei movimenti prefissati (ma che in qualche caso può prendere di sorpresa il giocatore). Thistle non ha alcuna barra della vita: un colpo è sufficiente a spedirlo all’altro mondo. Tuttavia, grazie alla presenza di numerosi checkpoint difficilmente il giocatore si ritroverà a ripetere delle aree molto estese. Gli enigmi presenti nei dungeon sono invece principalmente enigmi ambientali, che richiedono talvolta di fermarsi e studiare per bene la situazione (pur non essendo mai davvero impegnativi).

Thistle non può portare alcun oggetto con sé e si trova quindi costretto a utilizzare gli strumenti dei tre dungeon (Rift Bow, Flame Cloak e Sword of Wind) solo ed esclusivamente all’interno dei rispettivi edifici. Avete affrontato per primo il dungeon dell’Arco e ve ne siete innamorati tanto da volerlo utilizzare anche in seguito? Peccato, dovrete lasciarlo all’uscita del dungeon. E la cosa ovviamente si riflette anche sulla complessità degli enigmi: vertendo su un unico oggetto per dungeon, non lasciano generalmente molto spazio all’inventiva.

Si tratta in realtà di un problema legato alla struttura del gioco: gli sviluppatori hanno pensato di offrire un oggetto per dungeon e di limitare il suo uso solo a quella zona per preservare l’approccio “libero” ai livelli, ma così facendo hanno spezzettato Animal Gods in tante piccole sezioni sì indipendenti, ma anche non comunicanti l’una con l’altra e quindi eccessivamente semplici. Al termine dell’avventura la cosa cambia, a dire il vero, ma i tre oggetti rimangono sempre gli stessi. Inoltre, a causa della libertà data al giocatore nell’ordine da seguire, è possibile che questo ottenga prima l’arco della spada, trasformando la seconda in un doppione a corto raggio. Forse si sarebbe potuto pensare a un’arma che potesse portare a situazioni più varie.

Queste notevoli divergenze rispetto alla serie cui Animal Gods sembra ispirarsi di più ci sono parse tuttavia davvero intelligenti: non si tratta di una semplice copia carbone, ma di un titolo con una sua anima. Purtroppo però non basta. Pare infatti che gli sviluppatori abbiano quasi paura di sfidare il giocatore proponendogli degli enigmi veramente impegnativi. Insomma, Animal Gods fa un passo in una direzione indipendente, ma senza troppa convinzione. Davvero un gran peccato, perché gli enigmi dei tre dungeon sembrano davvero un ottimo inizio, ma avvicinandosi alla conclusione si scopre che è tutto lì, che non ci saranno altre rivisitazioni o elementi nuovi da studiare. L’impressione è purtroppo questa: un lungo tutorial (con qualche punto davvero interessante) che si estende tanto da occupare tutto lo spazio che sarebbe potuto servire a introdurre nuovi elementi. Chissà, magari in un sequel…?

La difficoltà stessa degli enigmi non è altissima: anche affrontando in ordine diverso i dungeon non si sente un grande senso di progressione. Anche all’interno dei livelli stessi, non particolarmente lunghi: quando ormai ci si aspetterebbe una variazione importante sulle meccaniche introdotte ci si trova già davanti all’Animal God del dungeon, quasi come se il giocatore sbattesse contro un muro improvviso con sopra scritto “Mi dispiace, Thistle, ma il tuo enigma è in un altro livello”. In compenso, il dungeon finale è davvero molto interessante, visto che ripropone molte cose già viste durante l’avventura rimescolando un po’ le carte in gioco, ma ha anche molte sezioni in cui il giocatore non è portato a ragionare sulla situazione e a distruggere invece tutto e tutti senza troppe strategie.

Oh-oh. Questa situazione farebbe rizzare i capelli in testa a chiunque abbia giocato a Shadow of the Colossus.

I nemici non sono molto vari purtroppo: il loro numero viene gonfiato da alcune varianti “più resistenti” di nemici già visti. Niente di troppo emozionante, ma non è questo il punto di forza di Animal Gods.

Di veri e propri problemi “meccanici” di gameplay ce ne sono veramente pochi.

Il sistema di collisioni in particolare è talvolta poco immediato. Se con la spada si impara a esser cauti e a mantenersi a una certa distanza dal nemico menando fendenti a destra e a manca per capire fino a che punto è possibile avanzare senza subire danni, con la Cloak of Flame i risultati sono a volte devastanti. È infatti molto facile precipitare giù da un dirupo quando i piedi del protagonista sembrano ancora ben saldi sul terreno. Cosa che porta a ripetere magari la stessa sezione più e più volte (per la più complessa ci abbiamo messo una mezz’ora buona) non tanto perché il giocatore non ha compreso la meccanica di gioco, ma perché la posizione dello sprite e la calibrazione delle collisioni lo continuano a ingannare.

Solo in una situazione poi ci siamo trovati a storcere il naso: la sezione finale del dungeon della Cloak of Flame allunga inutilmente il gameplay di una sezione già abbastanza frustrante per via delle collisioni facendo ripetere al giocatore un enigma ambientale piuttosto lungo per due volte di fila senza introdurre alcuna variante se non l’eliminazione della metà dei checkpoint presenti. Una soluzione di level design un po’ pigra.

Un mondo semplicemente indimenticabile

L’aspetto grafico è uno degli assi nella manica di Animal Gods. Viene impiegato un aspetto minimalista ma fresco, con forme dalle linee semplici e squadrate e colori allegri ma dalle tinte pastello. Niente di eccessivamente elaborato, ma una soluzione originale e molto piacevole.

… con qualche eccezione

La musica ambientale che accompagna le avventure di Thistle è sì piacevole, ma non particolarmente memorabile e (nelle aree più estese) persino un po’ ripetitiva. In alcune situazioni, poi, specie se giocata con le cuffie, rischia di risultare quasi fastidiosa. Peccato. Non sempre il minimalismo a tutto tondo funziona come dovrebbe.

In compenso il livello finale compie un balzo di qualità anche nel comparto sonoro, superando notevolmente le aspettative.

Già finito?

Animal Gods non è un’avventura particolarmente lunga e purtroppo ce se ne rende conto sin dal primo/secondo dungeon. Purtroppo l’impressione è un po’ quella che si potrebbe avere aprendo la confezione di una torta e trovandoci dentro un bignè.

Sono infatti necessarie appena due ore di gioco o poco più per completarlo, anche tenendo in conto eventuali errori del giocatore o problemi di collisioni.

Come dicevamo all’inizio, il mondo di gioco non è particolarmente esteso e quindi il giocatore non ci metterà molto a scoprire i (pochi) segreti presenti.

Fortunatamente una modalità aggiuntiva sbloccata al termine del gioco che costringe il giocatore a utilizzare solo nove vite per dungeon dona un po’ di rigiocabilità in più.

Se avete trovato qualche sezione frustrante, preparatevi a strapparvi i capelli.

Giudizio complessivo

Animal Gods è un gioco che prende le mosse da illustri predecessori solo a livello superficiale, avendo comunque il coraggio di narrare una storia originale (e dai risvolti abbastanza dark) e d’imporre un ritmo proprio. Purtroppo però siamo ancora ben lontani dalla perfezione: alcune sbavature, come il bilanciamento del gioco o la calibrazione delle collisioni, sono probabilmente frutto della relativa poca esperienza del team di sviluppo e soprattutto delle sue limitazioni tecniche (ricordiamo che Still Games è essenzialmente composto da due persone). Tuttavia, presenta numerosi elementi originali e che fanno ben sperare su future produzioni: alcune idee di Animal Gods sono davvero molto interessanti e potrebbero essere espanse in altri giochi.

In conclusione si tratta di un buon gioco, anche se con qualche limitazione. Non aspettatevi un diamante rifinito, ma Animal Gods è comunque una piccola gemma per giocatori abbastanza pazienti da perdonargli qualche scivolone.